Per dire NO all’uso del (combustibile derivato dai rifiuti) come combustibile nei cementifici basterebbe considerare che la legislazione USA obbliga i cementieri a indicare sul contenitore se il , in esso contenuto, deriva o no dallo smaltimento di rifiuti.


Infatti, il ottenuto con il co-incenerimento di e combustibile fossile, diventa pericoloso per la salute a causa dei rilasci dei manufatti con esso realizzati (vedasi il caso del cromo esavalente nel sangue dei lavoratori del tunnel della Manica).





Inoltre, i cementifici hanno limiti di concentrazioni di inquinanti, autorizzati allo scarico in atmosfera, superiori rispetto agli inceneritori pur avendo un flusso di emissioni maggiore.




Alle associazioni , , Isola Pulita, Rifiuti Zero Palermo e basta  quanto sopra per dichiararsi assolutamente contrarie a ogni forma di co-incenerimento, anche temporaneo.




Al posto della combustione del si propongono i trattamenti a freddo, come TMB o la produzione di sabbia sintetica tipo Vedelago, realizzando così, senza inquinare e senza effetto serra, recupero di materia o non di energia.




Dietro l’angolo ci sono i cementieri di Isola delle Femmine, Porto Empedocle, Ragusa, Catania e di Priolo, che aspettano l’autorizzazione del co-incenerimento del : questo non lo permetteremo e ci opporremo con ogni mezzo democratico contro il tentativo di bruciare nei cementifici.


Caricato da isolapulita. - I nuovi video di oggi.

Altro elemento di distorsione nel funzionamento delle società d'ambito concerne la frequente e pressoché sistematica elusione delle regole di evidenza pubblica nella scelta delle imprese cui affidare i lavori, imprese spesso prive dei necessari requisiti di professionalità, caratterizzate da assunzioni clientelari, che in molti casi, come accertato dalla Commissione, hanno riguardato individui con pregiudizi penali, o legati da rapporti di parentela con soggetti pregiudicati.Le criticità di ordine economico finanziario degli ATO hanno quindi avuto ricadute gravissime nella gestione del ciclo dei rifiuti nella regione siciliana, contribuendo a determinare situazioni di altrettanto grave pregiudizio per la salubrità dell'ambiente e, quindi, la salute dei cittadini.
Relazione Commissione Parlamentare sui Rifiuti in Sicilia 6/10/10





lunedì 27 maggio 2013

Tiritì e la lotta contro “la pattumiera della Sicilia”

Tiritì e la lotta contro “la pattumiera della Sicilia”

di   - 27/05/2013 - Da quarant'anni i miasmi della discarica ammorbano i centri di Misterbianco e Motta Sant'Anastasia, nel catanese. Un comitato locale di cittadini si batte da tempo contro l'ampliamento dell'impianto della Oikos Spa,autorizzato dalla Regione nel 2009. Mercoledì il voto decisivo all'Ars sulla possibile revoca


Ha un nome da filastrocca, ma non evoca nient’altro che paure miasmi. Per i cittadini di Misterbianco e Motta Sant’Anastasia, due comuni in provincia di Catania, quella di Tiritì è la storia di un incubo che dura ormai da quarant’anni. In quest’angolo di Sicilia, in una contrada dell’hinterland etneo, c’è una discarica che rischia di diventare la “pattumiera dell’isola”, come denuncia da tempo la comunità locale. Tutto a pochi passi dai centri abitati:in linea d’aria, a soli quattrocento metri dall’impianto – che ricade sul suolo di Motta – ci sono le abitazioni dei residenti di Misterbianco.  Un Comune di50mila abitanti, in passato già sciolto per mafia. Eppure, in base a una legge regionale approvata nel 2010, questi siti dovrebbero essere realizzati almeno a 5 chilometri di distanza dai centri abitati. Una norma rimasta sulla carta, almeno in questo caso. Contro l’ampliamento del vecchio sito, nell’adiacente terreno di contrada “Valanghe d’Inverno”- autorizzato dalla Regione nel 2009 – continuano a battersi i cittadini, riuniti nel “Comitato Contro la discarica”.  Sabato scorso si sono radunati ancora una volta all’ingresso del sito, per bloccare gli auto compattatori. Da una settimana i camion erano tornati a sversare rifiuti, dopo la chiusura del vecchio impianto, quando un mese fa era stata raggiunta la capienza massima. “Altro che ampliamento, qui si tratta di una discarica dalla capacità triplicata”, denunciano però gli attivisti, sottolineando come sarà possibile ora accogliere fino a 2 milioni e mezzo di metri cubi di immondizia. Per questo si sono appellati alla politica, spaventati per le conseguenze sulla propria salute: mercoledì sarà l’Assemblea regionale siciliana a discutere una mozione presentata dal Pd – e appoggiata dal M5S – che dovrà esprimersi su un provvedimento di revoca in autotutela dell’autorizzazione. Ma i Comitati hanno provato ogni strada possibile contro rifiuti e miasmi: se da Palermo non arriverà la risposta attesa, resterà la speranza dell’intervento della giustizia amministrativa. Questo perché il 23 ottobre sarà il Tar della Lazio a  valutare nel merito la legittimità dell’autorizzazione per l’ampliamento, dopo il ricorso presentato sia dal Comitato che dal Codacons.
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LA STORIA DELLA DISCARICA DI TIRITI’ – “Inaugurata” negli anni ’70, la discarica di contrada Tiritì, che sorge nella nota Valle dei Sieli, è stata più volte chiusa e puntualmente riaperta. Più di trent’anni fa cominciò a ricevere i primi rifiuti e, in pochi anni, decine di comuni finirono per scaricarvi la propria immondizia. Tiritì si ampliò a dismisura, creando disagi notevoli ai cittadini di Misterbianco e Motta. Un’emergenza igienico-ambientale che ha messo per anni a rischio la salute dei residenti, stressati dai miasmi insopportabili e da un’aria diventata tossica e irrespirabile, tanto da costringerli a tenere porte e finestre chiuse. Anche d’estate, quando il termometro raggiunge i quaranta gradi. A Tiritì hanno già scaricato enormi quantità di rifiuti i comuni delle province di Catania, Messina e Ragusa, oltre che diversi soggetti privati. Proprio per colpa di quegli odori nauseanti, nel 1992 Tiritì fu chiusa per la prima volta. A protestare contro la discarica erano già stati in tanti, dalla società civile alla politica locale. Poi, nel 1997, con un provvedimento provvisorio, la Regione decise per la riapertura. L’anno seguente, il sito, sequestrato ai titolari sotto processo per associazione mafiosa, fu affidato ad un curatore nominato dal tribunale. Era stato Salvatore Proto, padre di Domenico che dirige oggi la Oikos, a finire in carcere in un’inchiesta suappalti mafiosi per la base Nato di Sigonella. Accusato di essere un prestanome del clan Santapaola, Proto fu  assolto in primo grado dalle accuse.
UN SINDACO CONTRO – Il 1999 poteva essere l’anno della svolta, quando, con il decreto sull’emergenza rifiuti, vennero assegnate ai prefetti le competenze in materia ambientale. Come racconta nel libro “Sindaco per passione” Nino Di Guardo, oggi primo cittadino di Misterbianco (lo era già stato tra il 1988-89 e il 1993-2002) e storico sostenitore delle battaglie dei comitati civici, fu il prefetto di Catania, Tommaso Blonda, a voler inizialmente puntare alla chiusura della discarica privata di Tiritì, considerata fuori legge. Nei piani doveva funzionare soltanto per pochi altri mesi, in modo da fronteggiare l’emergenza.  Nel frattempo sarebbe stato realizzata un’altra discarica, lontana dalle case della comunità locale, con l’idea di affidare la gestione a un soggetto  pubblico. Fu presentato al prefetto il progetto Etnambiente, un consorzio pubblico costituito da otto comuni, con Misterbianco in testa e Motta Sant’Anastasia – il cui sindaco era Angelo Giuffrida, anche in questo caso lo stesso di oggi – che decise all’ultimo momento e “in modo inspiegabile” di prendere tempo e non aderire alla partecipata. “Quando tutto sembrava pronto, il prefetto – ricorda Lo Guardo –accampò stani pretesti e disse che bisognava consultare i giuristi prima di togliere la gestione della discarica al privato”. In pratica, il progetto finì nel dimenticatoio.
TROPPI INTERESSI – Nel 2000 si rischiò l’emergenza ambientale, quando l’accumulo di biogas scatenò un’esplosione, tanto da causare una frana che liberò nuovi miasmi. Due anni dopo, spuntò anche un possibilefinanziamento da dodici miliardi di euro, per la realizzazione di un nuovo impianto. Eppure la questione veniva osteggiata e rinviata, mentre la gara d’appalto non venne mai realizzata. Finché nel 2005 non fu Salvatore Cuffaro, commissario delegato per l’emergenza rifiuti in Sicilia, a dichiarare la discarica nuovamente idonea a raccogliere per altri dieci anni l’immondizia.Nessuno voleva chiudere Tiritì: troppi gli interessi – economici e non solo – legati alla “munnizza” (l’immondizia, in dialetto siciliano). La discarica ammorba l’aria, spaventa per le conseguenze sulla salute, ma garantisce introiti milionari ai gestori del sito – l’azienda Oikos Spa, di proprietà della famiglia Proto, con un fatturato di  28 milioni di euro l’anno – e posti di lavoro per tutta la provincia. Sono 124 i dipendenti che lavorano nella ditta – inserita in una rete di altre società – compresi “amici e familiari dei politici”, si denuncia in paese. Per il comune di Motta, poi, la presenza della discarica nel suo territorio, comporta anche il pagamento di ingenti royalties da parte della ditta:  “Due milioni di euro l’anno essenziali per il bilancio di un ente che altrimenti rischierebbe la bancarotta. Ma che sono sempre versati in ritardo, tanto che oggi abbiamo almeno 3 milioni e mezzo di euro da riscuotere”, spiega Danilo Festa, un giovane consigliere comunale locale, eletto tra le fila del Partito democratico.  Fondi che, secondo quanto denunciato da Festa, non possono che influenzare le scelte dell’amministrazione, criticata per non essersi espressa in modo netto contro quello che i cittadini definiscono un classico ecomostro.
L’AMPLIAMENTO E LA MOZIONE ALL’ARS - Qualche mese fa la discarica è stata chiusa per aver raggiunto – come ha spiegato la ditta – i limiti di capienza. Problema risolto? Neanche per sogno. Perché la Oikos aveva ottenuto il 19 marzo 2009 dalla regione Sicilia  l’autorizzazione ambientale integrata per l’ampliamento  del sito, a poche centinaia di metri più in là, in contrada “Valanghe d’Inverno”. La discarica potrà ora accogliere 2 milioni e mezzo di metri cubi di rifiuti. Quando fu concessa l’Aia, il governatore era Raffaele Lombardo (Mpa), poi imputato per concorso esterno in associazione mafiosa e per voto di scambio. Forte dell’autorizzazione, da alcuni giorni Oikos ha annunciato la ripresa delle attività e l’apertura del nuovo sito: gli auto compattatori sono tornati a scaricare, nonostante le proteste di gran parte dei cittadini dei due Comuni, riuniti nel “Comitato Contro la Discarica”. Da anni ormai stanno cercando di percorrere tutte le strade possibili per tutelare il loro diritto alla salute, così come il futuro dei loro figli. Per questo, dopo diverse manifestazioni, sabato si sono radunati all’ingresso della discarica, bloccando i mezzi che trasportavano l’immondizia e lanciando il loro appello al nuovo governatore, Rosario Crocetta. “Non turarti il naso”, si leggeva in uno striscione con il quale cittadini e attivisti attendevano il presidente della regione Sicilia, atteso a Belpasso – altro centro catanese – per alcune iniziative elettorali. Ma Crocetta alla fine non si è presentato. Forse – denunciano in città – avvertito delle possibili contestazioni. Per il “Comitato Contro la Discarica” non resta così che affidarsi all’Ars (l’Assemblea regionale siciliana): martedì saranno i deputati – così si chiamano, in Sicilia, i consiglieri regionali – a discutere una mozione presentata da alcuni esponenti del Pd – con il democratico Anthony Barbagallo primo firmatario -  e appoggiata anche dal gruppo del MoVimento 5 stelle. Un provvedimento con cui si chiede la revoca PARTECIPAZIONE,COMITATIdell’autorizzazione all’ampliamento della discarica. Ovvero, quella concessa nel 2009 dalla stessa Regione. “Dovremmo riuscire a far passare la mozione, un atto di civiltà e giustizia”, spiega lo stesso Barbagallo, che sottolinea come, tra democratici e 5 stelle, si raggiunga già il numero di circa 31/32 voti favorevoli alla mozione. “Considerati gli assenti, potrebbero bastare una quarantina di voti”, chiarisce. Ma il Comitato non sembra fidarsi, spaventato dall’ipotesi del voto segreto. In base alla normativa regionale, è sufficiente che siano 12 deputati a richiedere questa modalità di voto, affinché venga accettata. “Se l’Ars non si esprimerà in modo palese, il pericolo è che i franchi tiratori e il partito trasversale della discarica bocci la mozione”, spiegaMassimo La Piana, uno dei leader del Comitato. “Rischiamo di  diventare la pattumiera della Sicilia: l’ampliamento autorizzato è totalmente spropositato rispetto alle esigenze delle comunità locali”. Nel vecchio sito scaricavano 88 Comuni, compresa Catania: “Ogni giorno, venivano sversate circa 800 tonnellate di spazzatura”, spiega. Secondo La Piana, Oikos avrebbe annunciato il raggiungimento della massima capienza per accelerare l’apertura del nuovo sito. Denuncia poi un conflitto d’interessi: la Oikos della famiglia Proto, proprietaria e gestore della discarica di Tiritì, fa parte del consorzio Simco, occupandosi anche della raccolta dei rifiuti in alcuni centri etnei, compresi Catania e Misterbianco. “Una società privata che guadagna dal conferimento in discarica, con un costo per l’ente pubblico tra i più alti d’Italia – 94 euro più Iva a tonnellata – non può essere interessata a garantire unservizio efficiente di raccolta differenziata”, denuncia. Non è un caso che S.i.m.c.o. – come si spiega nella mozione che verrà discussa all’Ars – non abbia raggiunto gli obiettivi di raccolta differenziata previsti dal contratto d’appalto per la gestione integrata dei rifiuti, tanto che è in corso un contenzioso. La Piana ricorda come in tutta Italia si stiano raccogliendo le firme per una legge di iniziativa popolare sui “Rifiuti Zero”: “In un articolo si spiega proprio come sia incompatibile occuparsi della gestione dei rifiuti e detenere, allo stesso tempo, la proprietà delle discariche”.
Il Comitato No Discarica
Il Comitato No Discarica
DISTANZA MINIMA NON RISPETTATA – Sulla questione della distanza minima di 5 chilometri dai centri abitati – stabilita con il Piano regionale dei rifiuti del 2010 – La Piana precisa come la legge regionale sia successiva di un anno rispetto all’autorizzazione per l’ampliamento della discarica, arrivata nel 2009. “Allora non era prevista alcuna distanza”, chiarisce. Eppure la Regione avrebbe potuto revocare l’Aia, nel caso di “fatti giuridici rilevanti”. Per questo, insieme al Codacons, il Comitato ha portato avanti un ricorso al Tar del Lazio sul Piano regionale dei rifiuti, che confermava l’ampliamento della discarica. L’obiettivo è quello di ottenere il riconoscimento dell’illegittimità dell’autorizzazione: l’udienza è prevista per il prossimo 23 ottobre, mentre la richiesta di sospensiva è stata rigettata. E’ stato fatto anche un esposto-denuncia all’Unione europea. Ma la speranza è che la politica intervenga prima, senza dover delegare il compito alla giustizia amministrativa: “Il ricorso è l’ultima spiaggia, Crocetta ci deve delle risposte”.
L’INQUINAMENTO CON IL PERCOLATO– Per anni la discarica è riuscita a difendersi dalle accuse di inquinamento, comprese quelle per gli odori maleodorantiLo scorso aprile, però, è stata la Guardia di Finanza asequestrare in via preventiva gli strumenti che, all’interno del sito, vengono utilizzati per il trattamento dei liquidi che derivano dai rifiuti e dalla loro decomposizione. Dopo la segnalazione di un residente, era stato infatti individuato del percolato non trattato, nel suolo e nel sottosuolo della Valle dei Sieli, così come nei vicini torrenti “Rosa” e “Cubba”. L’ipotesi studiata dalla Procura è stata quella di reato ambientale: le indagini, portate avanti attraverso l’uso di telecamere a infrarossi, avevano permesso di accertare il mancato rispetto delle norme sul trattamento delle acque reflue, con evidenti ripercussioni sull’ambiente. La struttura rimase aperta per il conferimento dei rifiuti, ma la Procura ordinò alla Oikos di ripristinare il trattamento secondo gli obblighi prevista dalla legge, entro dieci giorni. In merito ai rischi per la salute, invece, come forma di prevenzione, la Provincia regionale di Catania aveva finanziato anni fa un progetto sperimentale di monitoraggio della patologia cancerogena: “Si trattava di un progetto generico, che vedeva tra i fattori di rischio non soltanto la presenza della discarica nel territorio di Tiritì”, aggiunge La Piana. I risultati dello studio, condotto dall’Arpa, non mostrarono incrementi preoccupanti: “Anche se in una nota si spiegava come sarebbe stato necessario monitorare la situazione, qualora fosse aumentata la quantità di rifiuti scaricata”. Proprio come nel caso del possibile ampliamento.
TRA INFLUENZE E PARENTOPOLI – Ma a Motta Sant’Anastasia c’è anche un altro problema,  quello legato alla presunta connivenza della politica locale con i vertici dell’azienda. “I proprietari della discarica usano il proprio potere economico come strumento di condizionamento, a partire dalla questione degli indennizzi da versare al Comune”, denuncia Danilo Festa, giovane consigliere comunale del comune etneo. “L’errore dell’amministrazione è stato quello di concentrare tutto il bilancio dell’ente sul percepimento delle royalties”, aggiunge. Ma il pagamento non avviene nei tempi stabiliti: “Oikos ha sempre versato l’indennizzo in ritardo, tanto che oggi almeno 3 milioni e mezzo di euro rimangono come arretrati”, spiega Festa. Nonostante il Consiglio avesse approvato una richiesta di decreto ingiuntivo, mai la misura è stata effettivamente presa in considerazione. Non è d’accordo il sindaco Angelo Giuffrida, vicino al Partito dei Siciliani (ex Mpa). “E’ assurdo portarlo avanti in questo momento che la ditta ci sta pagando. A fine anno abbiamo ricevuto 900mila euro, adesso ne arriveranno altre 600mila”, si difende. Eppure, secondo Festa, centellinando i pagamenti, Oikos crea un rapporto di dipendenza per l’amministrazione. Altre scelte prese in Consiglio lo hanno lasciato perplesso, nonostante il Comune di Motta abbia impugnato il Piano di Rifiuti al Tar del Lazio: “Non è stata approvata la nostra richiesta di revoca, da inoltrare al presidente della Regione, per bocciare il decreto del 2009 che prevedeva l’ampliamento”, spiega. “In quell’occasione in Consiglio si presentò lo stesso Domenico Proto, nonostante non fosse legittimato a intervenire”, svela Festa, denunciando come avesse influenzato il voto. Durante l’intervento Proto definì la discarica una grande fortuna per la comunità mottese, come un “dono di Dio”. Non sono mancate nemmeno le polemiche per la possibilità di costituirsi parte civile nell’eventuale procedimento penale a carico dei rappresentanti di Oikos, per reati ambientali, dopo lo scarico del percolato nella valle dei Sieli. “Sono accuse e critiche demagogiche: il procedimento non c’è ancora. Se ci sarà, sicuramente si costituirà parte civile il Comitato. Come amministrazione, saranno i nostri legali a valutare se ci saranno le condizioni necessarie”, spiega Giuffrida. C’è infine un caso Parentopoli, denuncia Festa, con “non pochi familiari dei politici dipendenti della ditta”. A Motta l’elenco è lungo: le polemiche avevano investito il presidente del Consiglio comunale Anastasio Carrà, il cui figlio Giuseppe lavora per l’azienda. Ma non solo: in passato, nel 2009, anche l’ex genero del sindaco era stato assunto: “E’ stato licenziato lo scorso anno e comunque si è separato da mia figlia: io non ho alcun interesse con l’azienda”, spiega Giuffrida. E anche un parente dell’ex sindaco, Antonino Santagati, lavorava per la Oikos. Non dei casi isolati. Per Giuffrida c’è un problema deontologico, ma sottolinea come sia “un problema presente in tutti gli enti locali”: “Il conflitto d’interessi per me è molto relativo”, ha aggiunto. Ha poi rivendicato il suo impegno contro la discarica: “Non è vero che abbiamo avuto un atteggiamento morbido nei confronti di Oikos. Speriamo che la mozione all’Ars passi”, ha concluso il sindaco, nonostante le critiche ricevute. Ma nel Comitato c’è stato anche chi non ha gradito alcune assenze durante i cortei dei membri della Giunta mottese.
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L’ATTESA PER LA MOZIONE –  In attesa della mozione, la famiglia Proto prova a giocarsi le sue carte. Oikos ha spiegato di essere in regola con la normativa e di aver depositato una serie di osservazioni tecnico-ambientali per dimostrare come i timori dei cittadini siano infondati. Il Comitato civico teme invece una presunta “azione di lobbying” portata avanti dall’azienda stessa. Anche perché – come spiega Festa – a favore della discarica resta un partito trasversale, bipartisan. Anche tra i deputati regionali c’è chi è considerato molto vicino alla famiglia Proto. Tra questi  alcuni membri di Articolo 4,  un gruppo da poco costituito all’Ars che comprende anche Valeria Sudano, eletta con il Pid-Cantiere popolare e nipote di Domenico Sudano. Ovvero, un ex senatore e figura storica della Democrazia Cristiana etnea. Nel libro “Sindaco per passione”, il sindaco di Motta Nino Lo Guardo ricorda come lo zio dell’attuale deputata fosse “un amico intimo dei gestori della discarica di Tiritì” e come spesso fosse stato visto in compagnia dell’allora direttore della discarica Vincenzo Coppola e di Domenico Proto, il titolare della Oikos. Anzi, si spiega come i gestori della discarica si fossero impegnati in modo attiva per la campagna elettorale del senatore democristiano, eletto allora nella circoscrizione di Misterbianco. Ma Sudano non è l’unica deputata considerata vicina ai vertici dell’azienda: c’è anche Luca Sammartino – altro membro di Articolo 4, ex Udc –  giovane onorevole 27enne, figlio del direttore sanitario del centro oncologico Humanitas, la dottoressa Annunziata Sciacca. Alle ultime elezioni regionali siciliane non mancarono le polemiche per la notizia di presunte telefonate elettorali partite dagli uffici del centro verso i pazienti in cura. La denuncia arrivò da una paziente, che spiegò come le fosse stato chiesto per telefono di votare per Sammartino: dal centro negarono tutto e anche l’onorevole si dichiarò estraneo alla vicenda. Nel gruppo di Articolo 4 c’è poi anche Lino Leanza, ex Mpa. “Pubblicamente ha spiegato che voterà per la revoca, anche se il suo gruppo prenderà scelte diverse. Ma di fronte al voto segreto, le perplessità restano”, aggiunge Festa. C’è poi chi annoverava tra i pro-discarica anche Gianfranco Vullo (ex Democratici e riformisti per la Sicilia, poi passato in quota Pd come esponente renziano), anche se per Anthony Barbagallo l’appoggio compatto dei democratici non dovrebbe essere messo in discussione.  Certo, tutto dipenderà dalla modalità di voto: “Se ci sarà il voto segreto, il destino della mozione secondo noi sarà segnato. Se tutto avverrà in modo palese, invece, vedremo chi si assumerà le responsabilità”, ha spiegato Massimo La Piana.
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LE RICHIESTE – In attesa del voto all’Ars, intanto, è stato l’assessore regionale all’Energia Nicolò Marino ad annunciare l’istituzione di unacommissione regionale ispettiva. Dovrà  valutare l’iter amministrativo che ha portato al via libera della Regione all’ampliamento della discarica di contrada Tiritì. Dopo aver nuovamente bloccato per protesta gli auto compattatori, ai militanti del Comitato non resta che attendere il verdetto dell’Ars. La Piana spiega quali sono le richieste: “La nostra non è una battaglia contro i privati o contro il lavoro, ma vogliamo che venga rispettato il diritto costituzionale alla salute”. Oltre alla bonifica del vecchio sito – un obbligo di legge per 20 anni dopo la chiusura – , il “Comitato Contro la Discarica” chiede anche la revoca dell’autorizzazione per l’ampliamento, così come la realizzazione di un’altra discarica. “Un impianto, però, di dimensioni adeguate a quelle necessarie per la comunità, ma soprattuttolontana dai centri abitati”. Così come prevede la legge regionale. Dal Comitato hanno già assicurato la loro presenza, sperando che Crocetta “non si turi il naso”: la “rivoluzione” promessa dall’ex sindaco di Gela passerà anche per il voto dell’Ars di mercoledì.
(Photocredit: Facebook, “Comitato Contro la discarica”)

mercoledì 22 maggio 2013

Isola delle Femmine, omicidio Enea. Il Pm chiede 30 anni per Francesco Bruno


Isola delle Femmine, omicidio Enea. Il Pm chiede 30 anni per Francesco Bruno

I familiari chiedono per il padre il riconoscimento di vittima della mafia

Il pubblico ministero ha chiesto la condanna a 30 anni di reclusione per Francesco Bruno, ritenuto uno degli esecutori materiali dell'omicidio dell'imprenditore di Isola delle Femmine, Francesco Enea, avvenuto l'8 giugno del 1982. Nella requisitoria di oggi, davanti al giudice della corte d'Assise di Palermo, Piergiorgio Morosini, la pubblica accusa ha ricostruito il contesto storico in cui è avvenuto l'agguato, preceduto dall'assassinio di Emanuele D'Agostino, della famiglia di Cinisi. I legali dell'imputato nella precedente udienza avevano chiesto il rito abbreviato per Bruno, che sta scontando un ergastolo. I fatti risalgono a più di 30 anni fa, Enea venne freddato davanti all’ingresso del Village Bungalow di Via Palermo a Isola delle Femmine. Trenta anni dopo la Procura di Palermo ha incrociato le dichiarazioni dei figli con i verbali di alcuni collaboratori di giustizia, individuando uno dei possibili esecutore del delitto. E’ emerso che Vincenzo Enea sarebbe stato ucciso per la sua opposizione ai progetti di espansione di Francesco Bruno che voleva imporgli di stare insieme in una società di fatto o comunque acquisire al suo cantiere confinante le villette che stava costruendo in Corso Italia, ai confini della Costa Corsara di Isola delle Femmine. Un delitto rimasto avvolto nel mistero fino a quando alcuni mesi fa l’ex procuratore aggiunto Antonino Ingoia e il sostituto Francesco Del Bene sono andati negli Stati Uniti dove vivono due dei figli Pietro e Maria Teresa Enea si sono stabiliti dopo la morte del padre per paura di essere eliminati. Francesco Bruno è da tempo all’ergastolo nel carcere di massima sicurezza di Padova, per l’omicidio di Stefano Gallina boss di Carini ucciso il 1 ottobre 1981. I legali di parte civile della famiglia Enea hanno chiesto il risarcimento di un milione di euro a testa mentre per Pietro Enea è stato chiesto un risarcimento di 5 milioni di euro oltre al riconoscimento per il padre di vittima della mafia.




Palermo 23 Aprile 2013 Corte d’Assise. Hanno chiesto il rito abbreviato i difensori del boss Francesco Bruno   nel processo dell’omicidio dell’imprenditore edile di Isola delle Femmine Vincenzo Enea  nel processo che si sta svolgendo in Corte d’Assise di Palermo.
Il Giudice Pier Giorgio Morosini ha fissato la prossima udienza al 21 maggio.
I fatti risalgono all’8 giugno del 1982 , Enea venne freddato davanti all’ingresso del Village Bungalow di Via Palermo a Isola.
Trenta anni dopo la Procura di Palermo ha incrociato le dichiarazioni dei figli con i verbali di alcuni collaboratori di giustizia, individuando  uno dei possibili esecutore del delitto.
E’ emerso che Vincenzo Enea sarebbe stato ucciso per la sua opposizione ai progetti di espansione di Francesco Bruno che voleva imporgli di stare insieme in una società di fatto o comunque acquisire al suo cantiere confinante   le villette che stava costruendo in Corso Italia, ai confini della Costa Corsara di Isola delle Femmine.
Un delitto rimasto avvolto nel mistero fino a quando alcuni mesi fa l’ex procuratore aggiunto Antonino Ingroia e il sostituto Francesco Del bene sono andati negli Stati Uniti dove vivono due dei figli Pietro e Maria Teresa Enea si sono stabiliti dopo la morte del padre per paura di essere eliminati.
Bruno Francesco già all’ergastolo, nel carcere di massima sicurezza di Padova,  da tempo per l’omicidio di Stefano Gallina boss di Carini ucciso il 1 ottobre 1981. Bruno per uccidere Vincenzo Enea non avrebbe agito da solo ma finora non erano stati individuati né i killer né i mandanti   






Il CANTIERE DELLA “DISCORDIA” A RIDOSSO DELLA COSTA CORSARA COMPRESO NEL QUADRILATERO DI CORSO ITALIA VIA DELLE PALME CON LA via DEI PINI 
CORSO ITALIA   COSTA CORSARA COSTRUITA DALLA B.B.P. s.n.c. CHE "PRESUMIBILMENTE" INVADE L'AREA DEI CARDINALE EREDI  INSERITA NEL PROGETTO DI ENEA VINCENZO 

ENEA VINCENZO  IMPRENDITORE EDILE CHE ACQUISTA TERRENI IN PERMUTA E COSTRUISCE 

A ISOLA DELLE FEMMINE OPERANO I PIÙ  IMPORTANTI IMPRENDITORI MAFIOSI 

DOPO L'OMICIDIO DI ENEA CESSA OGNI TIPO DI "PRESSIONE E/O VESSAZIONE" NEI CONFRONTI DEGLI EREDI CARDINALE

20.05.2011 UN TESTE SENTITO IN PROCURA:  "non sono a conoscenza che la B.B.P. abbia invaso l'area degli EREDI CARDINALE"






Enea Vincenzo si rompe il muro del silenzio sull'omicidio




Ergastolano Siciliano l'ergastolano Bruno Francesco






Finalmente, dopo circa trenta anni e  grazie al coraggio dei propri figli si rompe il silenzio sull'omicidio di Vincenzo Enea avvenuto nell'anno 1982. Si riaprono le indagini su un omicidio che ha visto coinvolti gli stessi personaggi protagonisti del  processo "tempesta".
La speranza da parte dei figli che l'apertura delle indagini possa portare all'individuazione degli esecutori e dei mandanti del delito di chiara matrice mafiosa.











CAPACI ISOLA BRUNO FRANCESCO VASSALLO SALVATORE
BILLECI SALVATORE BADALAMENTI COPACABANA RICCOBONO
GIOVANNI…….

OPERAZI0NE SAN LORENZO

IL PASSAGGIO DEL TESTIMONE


La strage degli innocenti



LEGGIO SPACCO' IN DUE COSA NOSTRA IL PENTITO NAIMO AL PROCESSO





26 Gennaio 1982 Isola delle Femmine (PA), ucciso Nicolò Piombino

L’ALTRA FACCIA DELLA MEDAGLIA UN INTERVENTO SULLA BRUTALE AGGRESSIONE AL PROFESSORE




Intercettato al telefono con l ’ing. Galluzzo della S.I.S.  il Sindaco di Isola delle Femmine Professore Gaspare Portobello chiedeva posti di lavoro per i suoi concittadini di Isola delle Femmine
http://pinociampolillo.wordpress.com/2012/04/22/intercettato-al-telefono-con-ling-galluzzo-della-s-i-s-il-sindaco-di-isola-delle-femmine-professore-gaspare-portobello-chiedeva-posti-di-lavoro-per-i-suoi-concittadini-di-isola-delle-femmine/



MICALIZZI MICHELE: genero di Riccobono.
MUTOLO GASPARE: elemento di spicco della famiglia di Rosario Riccobono.
RICCOBONO ROSARIO: rappresentante di Partanna Mondello nel 1975 e dal 1978. Suo fratello Giuseppe, a sua volta rappresentante di Partanna-Mondello, venne ucciso il 27.7.1961. Condannato all'ergastolo. Scomparso, forse vittima di lupara bianca nel 1982. era socio della cooperativa edilizia Liberta'. Reggeva i contatti con alcuni membri della famiglia Santapaola a Catania.
BADALAMENTI GAETANO (zu' Tanu)(**): capo famiglia di Cinisi dal 1962 quando succede, pacificamente, a Cesare Manzella rappresentante in seno alla commissione. Rappresentante della famiglia di Cinisi nel 1975, viene espulso da Cosa Nostra nel 1978 per motivi oscuri. E' attivo nel traffico degli stupefacenti anche dopo questa data, il 22.5.84, infatti, viene colpito da mandato di cattura. Viene arrestato a Madrid l'8.4.1984.
BADALAMENTI SILVIO: nipote di Gaetano, assassinato il 2.6.1983.
BADALAMENTI VITO(**): di Gaetano. Arrestato con il padre a Madrid l'8.4.84. Imputato per traffico di stupefacenti, mandato di cattura 22.5.84.
ALFANO PIETRO(**): Cugino di Gaetano Badalamenti. Arrestato con Gaetano Badalamenti a Madrid l'8.4.84. Imputato per traffico di stupefacenti, mandato di cattura 22.5.84.
D'AGOSTINO EMANUELE: elemento di spicco della famiglia di S.Maria del Gesu'. Fedelissimo di Bontate, scompare dopo la morte di quest'ultimo. Coinvolto nel traffico di stupefacenti.
D'AGOSTINO ROSARIO: catturato mentre si nascondeva con Giuseppe Grado nella villa di questi a Besano. Era il guardaspalle di quest'ultimo. Traffico di stupefacenti.
D'AGOSTINO ROSARIO: di Ignazio e di Bonanno Caterina, Palermo ?/6/1946. Detenuto (~).
GALLINA STEFANO: membro della famiglia di Cinisi, ucciso il 1.10.1981.



Il Giudizio abbreviato. La disciplina ed i vantaggi.

Il Giudizio abbreviato

E’ un rito alternativo di celebrazione del processo rispetto al rito ordinario (ovvero al dibattimento ove la prova è assunta avanti al Giudice in contraddittorio tra le parti ed il Giudice nulla – o quasi nulla – conosce degli atti di indagine contenuti nel fascicolo del Pubblico Ministero).
E’ un giudizio che si celebra allo stato degli atti ovvero sulla base di quelli che sono i risultati delle indagini preliminari della polizia e che sono confluiti nel fascicolo del Pubblico Ministero.
Non verranno – di norma – sentiti testimoni né dell’accusa né della difesa.
Se la difesa intende argomentare con documenti o per iscritto dovrà farlo con un apposito deposito nel fascicolo del PM PRIMA della richiesta di abbreviato.
Il Giudizio abbreviato si celebra avanti al GIP (ovvero un giudice unico qualunque sia il reato per il quale si procede) in camera di consiglio ovvero senza la presenza del pubblico (PM, difesa e Giudice non indossano la toga; solitamente si celebra nella stanza del Giudice).
La richiesta di Giudizio abbreviato è un diritto dell’imputato ed è prevista per qualsiasi tipo di reato.
Il processo in abbreviato si celebra in Camera di Consiglio avanti al GIP una volta che l’imputato ne ha fatto richiesta o l’ha avanzata il difensore munito di procura speciale.
L’abbreviato – dopo il controllo delle formalità relative alla citazione dell’imputato e del suo difensore – si apre con la requisitoria del PM alla quale segue l’arringa del difensore.
Può partecipare anche la persona offesa che può costituirsi parte civile con il suo avvocato (V. per la costituzione di parte civile in questa stessa categoria del sito).
Il Giudice – letti i documenti del fascicolo del PM ed eventualmente quelli depositati dalla difesa PRIMA della richiesta di abbreviato nonché ascoltati sia il PM che la difesa – deciderà se condannare o assolvere l’imputato.
L’assoluzione è sempre ovviamente astrattamente possibile.
In caso di condanna il rito prevede una premialità per l’imputato: ovvero la riduzione di un terzo della pena eventualmente inflitta.
La riduzione è “secca” ovvero non può essere né maggiore né minore di un terzo della pena che irrogherebbe il giudice senza riduzione ed è stata pensata dal Legislatore per indurre gli imputati ad evitare processi lunghi e costosi.
Il Giudizio abbreviato deve essere richiesto o durante l’Udienza preliminare, oppure – se questa manca data la natura del reato – nella fase preliminare della prima udienza dibattimentale e, comunque, in sostanza, prima che inizi la celebrazione del processo con il rito ordinario.
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Il Giudizio abbreviato condizionato.
Come detto, il Giudizio abbreviato si svolge allo stato degli atti ovvero tutti quegli atti e documenti contenuti nel fascicolo del PM al momento della richiesta di abbreviato (che, lo ricordiamo, può essere chiesto solo e solamente dall’imputato ed il PM non vi si può in alcun modo opporre ed il Giudice per accogliere la richiesta deve solo considerare la correttezza formale della domanda).
Ma non è sempre così.
La procedura penale prevede il Giudizio abbreviato condizionato ovvero un giudizio allo stato degli atti ma con la possibilità di assumere ex novo la prova (o le prove) indicate dall’imputato che, difatti, “condiziona” la sua richiesta di abbreviato all’acquisizione delle prove che lui stesso indicherà.
Il PM come non può chiedere che si proceda con il  Giudizio abbreviato, così non può avanzare nessuna richiesta di condizione (semmai si può opporre a quelle richieste dalla difesa).
La richiesta delle nuove assunzioni probatorie avanzata dalla difesa deve necessariamente essere compatibile con la natura del Giudizio abbreviato: si dovrà trattare di prove necessarie e che non stravolgano quella celerità e speditezza e quello “stato degli atti” tipici del Giudizio abbreviato.
Il PM potrà addurre prove contrarie.
In ogni caso, qualora il compendio accusatorio (ovvero, in generale, tutti gli contenuti nel fascicolo del PM) non sia sufficiente per il GIP per addivenire ad una decisone (sia di condanna che di colpevolezza), il Giudice – di ufficio – potrà provvedere ad assumere nuove prove (sia in caso di Giudizio abbreviato “normale” che condizionato).
La Sentenza del Giudizio abbreviato può essere impugnata in Appello come una Sentenza emessa a seguito di celebrazione con il rito ordinario.
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Il Giudizio abbreviato può essere opportuno in diverse occasioni:
§                         Nel caso di colpevolezza certa e provata già nella fase delle indagini preliminari. Lo sconto di un terzo è sicuramente il migliore risultato che si può ottenere in una sempre auspicabile e pragmatica ottica difensiva;
§                         Nel caso in cui gli indizi raccolti durante le fase delle indagini non siano tali da potersi dire superato il ragionevole dubbio circa la colpevolezza dell’incolpato (un approfondimento dibattimentale in contraddittorio tra le parti potrebbe colmare le lacune cristallizzate nelle indagini);
§                         Il coacervo accusatorio – che l’imputato conoscerà fin dal  momento dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari ex art. 415 bis c.p.p. (V. nella categoria “cose da sapere” del sito) ovvero ben prima del momento per la richiesta di Giudizio abbreviato – cristallizzato negli atti delle indagini preliminari potrebbe indicare all’imputato ed al suo difensore importati temi di prova da indagare in sede di indagini investigative difensive (testimoni, documenti ed ogni altra circostanza di fatto e di diritto di segno opposto rispetto a quella posta dagli investigatori alla base della pretesa punitiva). Il quadro probatorio del PM, dunque, a seguito delle indagini o dalle considerazioni svolte dalla difesa, potrà essere completato (e, direi, contraddetto e minato) con tutti gli elementi raccolti dalla difesa e depositati nel fascicolo del PM cosicché (al momento della celebrazione dell’abbreviato) il Giudice troverà già nel fascicolo che studierà per la decisione tutti i “buchi” della tesi accusatoria e l’illustrazione delle piste e deduzioni alternative a sostegno dell’innocenza dell’imputato.

Pagine correlate:

§                         Il Giudizio abbreviato. I vantaggi.
§                         L’udienza preliminare. Gli scopi e la disciplina.
§                         Il Giudizio Immediato. Peculiarit , particolarit e…
§                         Il giudizio “per direttissima”
§                         Il C.d. “patteggiamento”.
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B.B.P.,BADALAMENTI,BRUNO FRANCESCO,CATALDO, COPACABANA,D' AGOSTINO,ENEA VINCENZO,IMPASTATO,EREDI CARDINALE,LO PICCOLO,LUCIDO, MICALIZZI;MUTOLO, ONORATO FRANCESCO,ROSARIO NAIMO,ROSARIO RICCOBONO,GALLINA